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Chiuso per “delirio”

May 17th, 2009 by 2Americhe | 10 Comments | Filed in America Latina, blogs

Segnaliamo, per la sua quasi surreale bizzarria, non un articolo questa volta, ma la chiusura di un dibattito on line. Luogo della chiusura: il blog di Maria Rubini (spesso impegnato sul fronte latinamericano). Tema della discussione: lo stesso articolo di Gianni Minà dedicato alla “bloggera” Yaomi Sánchez, che, originalmente pubblicato su “Giornalismo partecipativo“, noi stessi abbiamo, insieme a molti altri blog, postato ed ampiamente commentato negli ultimi giorni. Orbene: giunta al 114esimo intervento (un numero che testimonia l’interesse suscitato dal tema), la titolare del blog ha deciso di interrompere ogni tipo di dibattito (un dibattito al quale anche noi avevamo preso parte) così argomentando:

” Cari tutti. Conosco bene Massimo Cavallini che saluto.
Sono spiacente, ma davvero siamo al delirio. Va bene che questo è un blog pubblico, ma credo che ve ne siano anche altri adeguati per fare i raggi X alla scandalosa Cuba.
Massimo sa bene come la penso e cosa penso.
Ora la misura è davvero colma.
Io continuo a postare altro, ma l’interesse morboso e stucchevole rimane sempre su questo post. Io non vi segue per nulla e nemmeno le compagne e i compagni, come potete ben notare. E non certo perchè non abbiamo repliche da fare.
Mi fermo.

Un caro saluto a tutti e alla prossima su Cuba.
Ciao.

La cosa divertente è che, proprio negli ultimi post - cosa assai rara quando il tema è Cuba - il dibattito aveva finalmente assunto caratteristiche molto tolleranti a pacate, quasi “accademiche” e, comunque, assai lontane dai toni esagitati (quando non insultanti e calunniosi) che erano qua e là come di consueto affiorati. Cosa, quest’ultima, che proprio il 114esimo intervento (quello che, apparentemente, ha fatto traboccare il vaso della pazienza di Maria Rubini) aveva fatto notare. In che cosa consistano il “delirio” e “l’interesse morboso e stucchevole” che l’hanno spinta a chiuder baracca e burattini (lo aveva già fatto altre volte ma in circostanze più chiare anche se non più edificanti), Maria non si perita di spiegarlo, se non per criptici accenni. Dai quali ci sembra di poter dedurre che Maria sia convinta che noi siamo a conoscenza della ragione della sua decisione (”Massimo sa bene come la penso e che cosa penso”). Si sbaglia, ovviamente. E, per questo, vogliamo darle - visto che non vuole farlo nel suo sito “chiuso per delirio” - l’opportunità di farlo in queste (deliranti?) pagine. Aspettiamo. E, nell’attesa, di cuore contraccambiamo il saluto.

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Non c’è Rosales senza spine. Ovvero: le bugie del prof. Carotenuto

May 10th, 2009 by admin | 7 Comments | Filed in America Latina

Il professor Gennaro Carotenuto, docente di Storia del Giornalismo all’Università di Matera e gestore del sito Giornalismo Partecipativo, ha scritto “in esclusiva” per Latinamerica, la rivista diretta da Gianni Minà con la quale molto assiduamente collabora, un articoletto nel quale, ancora una volta, denuncia le magagne del quotidiano madrileno El País e di quel grupo Prisa che, editore di El País e di molti altre testate, il Carotenuto da sempre considera al centro di un complotto teso a discreditare la sinistra latinoamericana. Di che cosa, specificamente, il professore accusa questa volta El País? Di avere artatamente “nascosto”, nel riferire dell’approvazione nel Parlamento Europeo d’una mozione contro la “deriva autoritaria” del governo di Hugo Chávez in Venezuela (clicca qui per il testo in pdf), alcuni essenziali frammenti d’informazione. In particolare, il fatto che al voto della summenzionata mozione non hanno partecipato che 27 parlamentari (29 secondo la Efe), a conti fatti soltanto una minuscola frazione (il 3%) degli aventi diritto e molti meno, persino, dei partiti di centrodestra che l’avevano proposta.

Non è facile, leggendo la notizia pubblicata da El País - poche righe oltretutto riprese dall’agenzia Europa Press - comprendere appieno le ragioni dell’indignazione del professore. Ed anzi l’impressione è che il quotidiano madrileno, più che aver trascurato (o “nascosto”, come sostiene il Carotenuto) i dettagli della notizia, abbia in realtà trascurato la notizia in quanto tale. E, presumibilmente, proprio per via di quei dettagli che ha in parte tralasciato di riferire. Ovvero: perché riteneva che quella risoluzione, votata da una sparuta pattuglia di deputati in un aula deserta, valesse - come, del resto, quasi tutte le “condanne” del Parlamento Europeo - meno del 2 di picche a briscola. Ma queste non sono, ovviamente, che nostre illazioni. Nella notiziola pubblicata da El País. anche in totale assenza della perfida cospirazione ventilata dal professore, il vizio di “disinformazione” indubbiamente c’è. E bene ha fatto il Carotenuto - al quale non si può impedire di lasciarsi prendere dalla paranoia ogniqualvolta legge El País - a sottolinearlo a dovere, con cattedratica intransigenza.

I problemi cominciano allorquando, a sua volta, il titolare del sito s’avventura, come si dice, in un approfondimento dei fatti. O, più in concreto, quando - senza mai abbandonare la superficie - comincia a spiegare con parole sue gli avvenimenti che hanno spinto quei 27 (o 29) deputati europei, sperduti in un’aula deserta, a reclamare una censura dei comportamenti del governo venezuelano. Perché è a questo punto che, in modo quasi caricaturale, il Carotenuto rivela, di suo, una tendenza alla disinformazione, alle mezze verità, ai silenzi misurati sul metro della più gretta ipocrisia, alla doppia morale e, quando occorre, alle più spudorate menzogne, che, non solo ne fanno un degnissimo allievo di Miná, ma fanno apparire come esempi di giornalismo d’eccellenza, le trascuratezze di El País, del gruppo Prisa e dei molti altri “media mainstream” contro i quali - non di rado a ragione - l’autore usa scagliarsi con savonaroliana irruenza nel suo sito.

Il modo in cui il Carotenuto racconta le vicende legate all’imputazione di Manuel Rosales - vale a dire: al caso che è alla base della risoluzione dei 27 - è infatti, a dir poco, ridicolo. L’attuale sindaco di Maracaibo ed ex candidato presidenziale anti-Chávez, Manuel Rosales - scrive infatti in sostanza il Carotenuto (clicca qui per leggere l’articolo) - è accusato di corruzione e di malversazione di fondi, reati consumati negli anni (2000-2008) in cui è stato governatore dello Stato di Zulia. E, sebbene il professore ammetta d’aver parlato bene di lui in occasione della sua sconfitta nel 2006 (quando ammise la regolarità della vittoria di Chávez), immediatamente aggiunge come solo menti perfidamente protese alla disinformazione (leggi Gruppo Prisa) potrebbero considerare il suo caso “politicamente motivato”. Rosales, insomma, altro non è, secondo il Carotenuto, che un ladro di pubblico denaro che, per sfuggire la giustizia del suo paese, ha cercato rifugio (ottenendolo) presso altri ladri patentati. Speficicamente: presso quell’Alan García, presidente del Perù nonché “amico intimo di Carlos Andrés Pérez e di Bettino Craxi”, che, nella furia del suo j’accuse, il Carotenuto, definisce “a sua volta destituito per corruzione nei primi anni ‘90″ (García, in realtà, non fu mai “destituito”. Fu a lungo indagato, mentre si trovava in esilio in Francia, ai tempi di Fujimori. E venne infine assolto nell’anno 2000, per decorrenza dei termini, senza aver sciolto alcuno dei dubbi sollevati nel corso delle indagini sui illeciti arricchimenti. Ma queste sono quisquilie, essendo l’ignoranza, come vedremo, di gran lunga il meno grave dei difetti del professore).

Questo, dunque, dice il Carotenuto. E che cosa, invece, il Carotenuto NON dice? Molte cose. Molte ed assolutamente fondamentali. Il professore seleziona circostanze e fatti , buttando via - apparentemente convinto, come un bambino, che nessuno se ne accorga - stutto quello che contraddice la sua versione dei fatti (cioè, per l’appunto, quasi tutto). Non dice, ad esempio, il professore di Macerata, che indagini sull’amministrazione Rosales erano in corso, senza risultati, dall’anno 2004. E che il mandato di cattura contro di lui si è concretizzato solo dopo che il presidente Hugo Chávez lo ha esplicitamente reclamato (ordinato?) in uno dei suoi molti discorsi, allorquando, alla luce dei sondaggi, chiarissimo era diventato il fatto che, nelle amministrative dello scorso 23 novembre, Rosales avrebbe ampliamente vinto la corsa per la poltrona di sindaco di Maracaibo (”Estoy decidido a meter preso a Manuel Rosales. (…) Es que lo voy a meter preso. Sépalo el Zulia y sépalo Venezuela porque una calaña como ésa tiene que estar en prisión y no gobernando un Estado o gobernando un municipio. No puede estar suelto”, disse Chávez il 28 ottobre. E pochi giorni dopo tanto la Fiscalia, quanto l’Assemblea Nazionale - completamente controllata dalle forze chaviste - aprirono inchieste parallele che, subito dopo la vittoria di Rosales, si concretizzarono in mandato di cattura). Non dice, il Carotenuto, che tra le accuse più gravi, serie e documentate a Chávez, vi è, per l’appunto, quella di avere (come il caso Rosales dimostra)subordinato il potere giudiziario al potere politico (cioè al suo potere personale). Non dice, il Carotenuto, che il caso Rosales non è affatto l’unico. Non più di qualche settimana fa, infatti, il presidente bolivariano ha pubblicamente accusato di corruzione (”Es un corrupto y tiene que andar preso….Su lugar es la carcel” il generale Raúl Isaías Baduel , l’ “eroe” che l’11 aprile del 2002 sventò,il colpo di Stato contro Chávez, ma che l’autoritarismo di Chávez denunciò poco prima del referendum costituzionale del 2 dicembre del 2007 (che Chávez clamorosamente perse). E non dice che lo stesso destino è toccato a molti altri dei personaggi che, in qualche modo, hanno battuto o infastidiscono Chávez. Il meccanismo è sempre lo stesso: Chávez accusa, la magistratura imputa. Ed il tutto lungo le linee d’una strategia che punta a colpire proprio lí dove Chávez ha elettoralmente perso terreno. Ovvero: in tutte le regioni più sviluppate del paese, compresa quella Caracas dove - altra cosa che il Carotenuto non dice - il chavismo ha perso nell’urna l’alcaldia, ma ha recuperato per il potere grazie ad una legge ad hoc (Berluconi docet) dell’Asseblea Nazionale che, in pratica, quell’alcaldia ha abolito. Per dirla con Douglas Bravo, vecchio e leggendario capo guerrigliero della Venezuela degli anni ‘60: “Apparentemente nel Venezuela del “socialismo del XXI secolo” non è corrotto chi ruba, ma chi, in un modo o nell’altro, tradisce Chávez”.

Queste, e molte altre cose, il cattedratico di Macerata non dice. Dicendo, in compenso, peste di tutti coloro che queste cose osano dire. Davvero splendida (ed a suo modo coerente) è, comunque, la conclusione di questa cavalcata lungo le immense praterie della disinformazione, della memoria selettiva e dei calcolati silenzi. Povero Chávez, piagnucola il professore, lui sta cercando di sanare la piaga della corruzione, e tutto quello che gli torna indietro, dalla perfida Europa (per non dire dell’ancor più perfido Gruppo Prisa), è un’accusa di “deriva autoritaria”. E conclude: “Se la magistratura si occupa di corruzione finisce inevitabilmente per occuparsi degli enormi arricchimenti illeciti degli ultimi cinquant’anni che spesso corrispondono a personaggi attivi nell’opposizione e incorre nell’accusa di voler perseguire oppositori politici. Se non lo fa però, e negli ultimi dieci anni lo ha fatto troppo poco, il bubbone della corruzione endemica non verrà mai inciso. Ma non aspettatevi che questo ve lo spieghi “El País”. Giustissimo. Su El País - e su moltissimi altri organi d’informazione, non quelli “mainstream”, ma quelli che raccontano i fatti per intero - si può leggere, invece, quel che accade nello Stato di Barinas, trasformato in una sorta di satrapia dalla famiglia Chávez . Un visibilissimo caso di corruzione che, tuttavia, nessun magistrato indaga perché ancora non arrivato (né presumibilmente mai arriverà) l’ordine dal presidente bolivariano. Ma non aspettatevi, ovviamente, di leggere tutto questo su Giornalismo Partecipativo o sulla rivista di Gianni Minà.

Questo articolo puo essere letto anche su 2Americhe.com

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Minà, lo smemorato “non banale”

May 6th, 2009 by admin | 12 Comments | Filed in America Latina

Giornalismo partecipativo, gestito dal professor Gennaro Carotenuto, ci regala in questi giorni un Gianni Minà d’annata, in buona parte dedicato alla “bloguera” Yoani Sánchez. O, volendo esser più precisi: alle “dimenticanze” di quella che il Minà - molto irritato per un’intervista alla medesima Sánchez pubblicata dall’Unità - con ostentato disdegno definisce “la bloggera di moda”. Di che cosa, secondo il Minà, si è dimenticata Yoani? Ovviamente, di quello che, dal punto di vista d’una corretta informazione, davvero conta. Vale a dire: di raccontare, nel suo blog, come le grandi conquiste sociali della rivoluzione, “nel campo dell’educazione, della sanità, della cultura e dello sport” rendano oggi Cuba “pur con tutti i suoi errori, diversa, più libera, dai paesi che invece, negli anni, sono stati prigionieri del neoliberismo e del mercato, come quelli delle villas miserias delle grandi città o come i trenta milioni di bambini randagi del continente”. Questo dice Gianni Minà. E lo dice, non solo con gli stessi toni che Berlusconi usa quando si lancia nei suoi frequenti attacchi ai “media di sinistra”, ma anche con gli stessi contenuti. Poiché proprio di questo, a conti fatti, Minà accusa Yoani: di non ripetere, nella pagina che gestisce, le stesse cose che la propaganda di regime racconta ogni giorno attraverso i suoi media (tutti i media, nella realtà cubana). Contrariamente a quel che scrive la “bloggera”, afferma indignato il Minà, i giovani cubani conoscono assai bene il privilegio di vivere dove vivono. E ne sono felici. Come inoppugnabilmente dimostra un documentario che lui stesso - “forse” proprio “per ribattere queste dimenticanze” - ha di recente girato percorrendo con una sua troupe l’intera isola, da l’Avana a Guantánamo, al fine di dipingere un ritratto “non banale sulla Revolución ai tempi di Obama”. I giovani (quelli nati a Cuba e quelli che sono venuti a Cuba a studiare da tutta l’America Latina), sostiene il Minà forte di questa “non banale” esperienza, ignorano totalmente chi sia Yoani. E solo allorquando il medesimo Minà, con santa pazienza, ha provveduto ad informali su quel che Yoani pensa e scrive, hanno provveduto a far sapere all’intervistatore come - tanto assurde e lontane dalla realtà trovavano le denunce della “bloggera alla moda” - neppure riuscissero a capire che cosa quest’ultima “volesse dimostrare”.

La cosa divertente è che, a questo punto, anche Miná, forse perché sotto il cattivo influsso di Yoani, comincia lui stesso - cosa grave per chi, citiamo dal suo blog, ha alle spalle una “vita da cronista” - a dimenticare cose. Dimentica di chiedersi, ad esempio, come mai, se gli articoli della “bloggera” sono tanto lontani dalla sensibilità dei giovani cubani, lo stesso Fidel si sia preso la briga di attaccarla dai suoi luoghi di convalescenza. Ma non solo: come colto da una crisi di senile smemoratezza, il Minà, finisce per trascurare - o nascondere, con tutta la sciatteria che, di norma, distingue i giornalisti al servizio del potere - fatti essenziali . Giusto per citarne uno: nel fervore del suo attacco all’Unità, Minà ricorda come, tempo fa, le “Dame in Bianco”, un gruppo di dissidenti - o meglio: uno di quei gruppi di dissidenti che, secondo Miná, a Cuba nessuno conosce, ma di cui i media occidentali parlano in continuazione - fossero state accusate d’aver ricevuto danaro, tramite l’addetto all’Ufficio d’Interessi degli Usa, da un’organizzazione di assistenza giuridica, fondata a Miami da Santiago Álvarez, vecchio arnese oggi in carcere per il ritrovamento d’un arsenale d’armi. Dimentica però, il documentarista “non banale”, alcuni significativi dettagli della storia. Ed alcuni piuttosto pacchianamente li confonde. Dimentica, ad esempio, Gianni Minà, di raccontare in che modo le “Dame in Bianco” siano state accusate di tanto peccato (fu durante una trasmissione televisiva durata due ore, nel corso della quale un paio di giornalisti di stato presentarono, senza contradditorio alcuno, prove “inconfutabili” , ma solo nel senso che a nessuno era permesso confutarle o verificarle). Dimentica di riferire che cosa le Dame a quelle accuse abbiano risposto (Laura Pollán, che dirige il gruppo - e che Minà, in un’ennesima prova di sciatteria confonde con Martha Beatriz Roque - ha negato d’aver ricevuto denari da Álvarez); e dimentica di spiegare che fine abbiano fatto quelle “inconfutabili” accuse (nessuna: tutto è cominciato e finito con quella puntata speciale de la “Mesa Redonda”. Il che lascia sospettare, di inconfutabile, non ci fosse, in quell’operazione, che la volontà di denigrare le Dame). Dimentica, il Minà, di chiedersi chi e come abbia fornito ai “liberi” giornalisti della “Mesa Redonda” (avanziamo una maliziosa ipotesi: che siano stati gli uomini della Seguridad?). Ma soprattutto il buon Minà, molto banalmente dimentica di offrire ai suoi lettori, da cronista, un minimo di “background” sulla ragion d’essere di un gruppo nato sull’onda di molto concreti e drammatici fatti di cronaca. Ovvero: dimentica di segnalare come le “Dame in Bianco”, altro non siano che le madri, mogli o sorelle delle 75 persone che, nel marzo del 2003, vennero arrestate, processate a porte chiuse e, nel giro di 24 ore, condannate a pene tra i 18 ed 28 anni di carcere per reati che nessuno conosce, ma che, di certo, nulla hanno di violento. O meglio: per reati che possono essere considerati tali solo da codici e da procedure liberticide. Quegli arresti e quelle condanne che Minà dimentica non furono, in ogni caso, un’invenzione della “bloggera di moda”, o dei media occidentali che costantemente deformano la realtà cubana o, ancora, di quella “Freedom House” che Minà denuncia come lunga mano dell’Impero. Furono cose vere, fatte da un governo che nega ogni forma di libertà di espressione e di associazione. Così come vere furono, in quei giorni, le condanne a morte - anch’esse decise ed eseguite in 24 ore, dopo un processo a porte chiuse - dei tre poveracci che, armati di coltelli e senza versare una sola goccia di sangue, tentarono di dirottare il traghetto di Regla.

Di tutto questo - di questi diritti e di queste vite calpestate - Gianni Minà non sembra ricordare che la formuletta, tragica e ridicola al tempo stesso , con la quale il regime sinistramente tentò allora (e tuttora tenta) di giustificare quelli arresti, quelle condanne e quelle fucilazioni. “Nel 2003 - scrive Minà - …ci fu una vera e propria strategia della tensione, con aerei e traghetti sequestrati…”. E qualcosa del genere, aggiunge il documentarista “non banale”, sta succedendo ancor oggi, sia pur a più basso livello, con l’attenzione riservata alla “bloggera alla moda”…

Il finale è, a tutti gli effetti, un classico. Gianni Minà ricorda a quanti, dall’Unità a Internazionale, sotto l’influsso dell’Impero danno spazio a Yoani Sánchez, come in Messico ed in Colombia, “nazioni allineate sulle vecchie politiche degli Stati uniti e dei farisei europei”, lo sport di uccidere i giornalisti sgraditi sia ancora molto praticato. Giustissimo. A Cuba , invece, i giornalisti indipendenti li mandano soltanto in galera per una vita e, quel più conta, solo in casi estremi. Perché, di norma, quella che a Cuba che prevale è una sana politica di prevenzione. Perché esistono leggi che impediscono - a tutti, non solo ai giornalisti - di esprimere quelle “idee sgradite” che potrebbero metterli nei guai. Qualcuno - e, purtroppo, anche qualcuno di sinistra - chiama tutto questo “repressione”. Gianni Minà lo chiama progresso e ci racconta come, in questo progresso, i giovani si crogiolino felici in barba a Yoani ed agli ammiratori di Yoani. Ed ha, ovviamente, ragione lui. Per ché, quando si tratta di rivelare, su Cuba, le mezze verità (o le menzogne intere) che piacciono al governo, nessuno, in nessuna parte del mondo, riesce, in effetti, ad essere più banale di Gianni Miná, cronista smemorato.

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